La bioeconomia circolare rappresenta oggi uno dei modelli più avanzati di sviluppo sostenibile. Considerata a tutti gli effetti un solido pilastro della transizione ecologica, combina l’uso ponderato di risorse rinnovabili con i nobili principi dell’economia circolare.
Il suo obiettivo è quello di ritrovare l’equilibrio smarrito tra sostenibilità economica, ambientale e sociale, passando dalla riduzione delle emissioni di carbonio, dalla trasformazione dei sistemi di produzione e consumo, dall’utilizzo di risorse biologiche (piante, animali e microrganismi) e dalla valorizzazione degli scarti. Un cambio di paradigma, dunque, in grado di stabilire nuove connessioni fra settori diversi e lontani e, allo stesso tempo, necessario per arrestare il degrado e contenere gli effetti del cambiamento climatico.
Ecco perché investire in questo settore emergente significa garantire un futuro sia all’impresa che ne intuisce i riflessi, sia alla comunità del territorio di riferimento.
Che cos’è davvero la bioeconomia circolare
Allontanarsi dalle materie prime fossili, ridurre le estrazioni di minerali e terre rare, privilegiare risorse e processi biologici e rispettare i cicli naturali dei materiali con l’intento di fornire nuovi prodotti, servizi ed energia. Sono questi gli highlights che definiscono la bioeconomia circolare, una forma moderna di attività economica che promuove l’utilizzo di risorse rinnovabili in modo responsabile, preservando la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi, sostenendo nei fatti la creazione di nuove filiere locali.
Pur essendo oggi al centro del dibattito internazionale, la bioeconomia affonda le sue radici nel secolo scorso, precisamente negli studi di Nicholas Georgescu-Roegen, che già nel 1971 spiegava come ogni processo economico dipendesse dalle risorse biologiche e dai cicli naturali che le rigenerano. Secondo il matematico ed economista rumeno, la crescita non può tendere all’infinito perché si basa su risorse limitate. Per questo, proponeva un orizzonte in cui l’economia è parte del più ampio sistema ecologico e deve rispettarne i limiti: solo ammettendo l’esauribilità delle risorse e la necessità di operare entro i confini naturali è possibile garantire la sostenibilità nel lungo periodo.
Differenze con l’economia circolare
Rispetto all’economia circolare, che mira a ridurre gli sprechi e a prolungare i cicli dei beni di consumo attraverso il recupero e la rigenerazione, la bioeconomia circolare applica gli stessi principi ma lavora specificamente su risorse biologiche rinnovabili – biomassa, scarti agricoli, forestali o alimentari – trasformandole in energia, materiali e prodotti bio-based. In questo modo, crea connessioni profonde tra natura e industria, valorizzando flussi differenti per sviluppare filiere inedite e resilienti.
Esempi di bioeconomia circolare: quali settori coinvolge?
In concreto, la bioeconomia circolare coinvolge differenti comparti: dall’agroalimentare all’industria chimica e farmaceutica, dalla cosmetica alla carta, passando per il tessile, l’energia, le bio tecnologie, l’automotive e la protezione ambientale. Va da sé che i materiali interessati dai processi di riconversione possono essere moltissimi: la buccia degli agrumi trasformata in tessuti sostenibili, i residui di canapa e paglia di riso impiegati in bioplastiche compostabili o materiali da costruzione, i sottoprodotti della lavorazione del latte (siero, cagliata, panne e burri residui) o del pomodoro (bucce, semi, polpa) riutilizzati per produrre fertilizzanti, pigmenti naturali, integratori alimentari e cosmetici.
Un capitolo a parte merita il biogas, ottenuto dalla fermentazione degli scarti delle aziende agricole e zootecniche: una vera e propria risorsa energetica rinnovabile, che può essere utilizzata in sostituzione dei combustibili fossili per generare elettricità e calore.
Accanto a questi scarti, il concetto di bioeconomia circolare può estendersi anche a materiali tecnologici e industriali a fine vita, come i RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Pur non essendo biologici, i RAEE contribuiscono indirettamente alla bioeconomia circolare: il recupero sicuro di metalli e componenti tecnologiche alimenta le filiere bio-based, fornendo le materie prime necessarie per impianti e macchinari che a loro volta permettono la trasformazione biologica. In questo modo, i due ambienti – hi tech e bio – dialogano, sostenendo un sistema produttivo comune fondato sulla riduzione degli sprechi e sull’uso sistemico di risorse seconde.
Numeri della bioeconomia circolare in Europa
Secondo il report “European Bioeconomy in Figures 2014‑2021”, la bioeconomia rappresenta oggi uno dei motori più solidi della crescita europea, con oltre 2,3 trilioni di euro nei 27 Stati membri. Le industrie bio-based, in particolare, hanno incrementato il loro fatturato del 5,8% tra il 2014 e il 2021, passando da 52 a 55 miliardi di euro. All’interno di questo vasto comparto trasversale, peraltro, i settori dedicati alla produzione e alla trasformazione della biomassa hanno creato fino a 657 miliardi di euro di valore aggiunto, impiegando 17,4 milioni di persone, pari all’8,3% della forza lavoro dell’UE-27. Risultati che premiano gli investimenti avviati dalla Commissione Europea dal 2012 e che ribadiscono, in un contesto di feroce competizione globale, l’urgenza per l’Europa di valorizzare le opportunità già attive e quelle ancora in via di sviluppo.
In Italia, nel 2023, il sistema bioeconomico ha generato 437,5 miliardi di euro di output, con circa 2 milioni di lavoratori coinvolti (dati raccolti nel 10° Rapporto sulla Bioeconomia in Europa, redatto dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING e Assobiotec – Federchimica). Nel complesso, il settore rappresenta oggi circa il 10% della produzione e il 7,6% dell’occupazione nazionale, confermandosi un pilastro dell’economia reale. A confermare la vivacità nel nostro Paese contribuisce l’ecosistema dell’innovazione: nel 2023 sono state censite 808 startup attive nella bioeconomia, pari al 6,6% di tutte le imprese registrate.
Quali strategie per favorire la bioeconomia circolare?
Per accelerare la transizione verso un modello produttivo bio-based e centrare gli obiettivi climatici fissati dall’Agenda 30 delle Nazioni Unite, l’Unione Europea sta rafforzando il quadro normativo che sostiene la bioeconomia. Tra i passaggi più rilevanti rientrano la revisione della Bioeconomy Strategy, le misure del Biotech Act per la competitività delle biotecnologie e il Clean Industrial Deal (il Patto per l’industria pulita varato nel 2025), che punta a integrare la bioeconomia nelle politiche industriali ed energetiche.
A questi strumenti si affianca la necessità di promuovere un mercato favorevole ai prodotti bio-based e dotare le imprese di un contesto normativo chiaro e orientato agli investimenti, per facilitare la scalabilità delle soluzioni innovative, la creazione di filiere locali e la diffusione di tecnologie in grado di ridurre l’uso di materie prime fossili.
I benefici della bioeconomia circolare
Dai numeri ai benefici il passo è breve. I dati europei e italiani dimostrano nei fatti come la bioeconomia circolare migliori il Pianeta e i suoi abitanti, dal punto vista:
- Ambientale, perché riduce le emissioni grazie a un uso efficiente delle risorse e contribuisce alla decarbonizzazione dei processi produttivi.
- Ecosistemico, perché sostiene la rigenerazione di suoli e acqua, proteggendo biodiversità e cicli naturali.
- Economico e sociale, perché genera occupazione qualificata, stimola l’innovazione e crea valore nei territori, con ricadute sostenibili nel lungo periodo.
In altre parole, la bioeconomia circolare è sia un’opportunità per le imprese che una potente leva di trasformazione culturale, che invita cittadini, organizzazioni e istituzioni a ripensare il proprio rapporto con i consumi e con l’ambiente.
Come implementare la bioeconomia circolare in azienda?
Trasformare i principi della bioeconomia circolare in azioni concrete richiede un approccio multidisciplinare. Le aziende possono partire dall’analisi dei propri processi produttivi, individuando scarti e sottoprodotti valorizzabili, quindi ottimizzare l’uso di materie prime rinnovabili e introdurre materiali bio-based. Fondamentale è progettare prodotti e impianti pensando al riciclo e alla rigenerazione, e integrare sistemi di tracciabilità che monitorino i flussi di materiali e garantiscano la sicurezza dei processi. La collaborazione con fornitori, filiere locali e centri di ricerca permette di accelerare l’innovazione e sviluppare soluzioni sostenibili.
Altrettanto importante è la formazione del personale, che deve acquisire competenze nella gestione circolare dei materiali e nell’uso di tecnologie digitali per migliorare l’efficienza e ridurre gli sprechi.
Prospettive future, fra opportunità e criticità
Il futuro della bioeconomia circolare si gioca su tre tavoli: innovazione, sostenibilità e scalabilità. Tra le opportunità emergenti vi sono l’adozione di tecnologie digitali per la gestione dei materiali, l’espansione delle filiere bio-based locali e lo sviluppo di prodotti e servizi a basso impatto ambientale, capaci di rispondere alla domanda dei consumatori e di rispettare i vincoli normativi.
Per le imprese coinvolte nella transizione, non mancano però le sfide: la complessità dei processi di recupero, i costi di investimento iniziali, la necessità di normative armonizzate e incentivi mirati sono ostacoli concreti da superare. Allo stesso tempo, l’incontro tra settori diversi – dal comparto agroalimentare all’elettronica, dalla chimica alla cosmetica – può favorire inedite sinergie per accelerare la transizione verso modelli più efficienti. Queste dinamiche prendono forma nella pratica quotidiana delle aziende, dove scarti biologici, materiali dismessi e RAEE vengono trasformati in nuove risorse, attuando così i principi della bioeconomia circolare. Ecco perché le imprese che sapranno abbracciarla oggi saranno quelle che guideranno la competitività sostenibile di domani.
RAEE e bioeconomia circolare
Anche i RAEE sono rifiuti coinvolti nei meccanismi della bioeconomia circolare, che concerne la rigenerazione delle risorse e la riduzione della dipendenza da materie prime vergini. La circolarità, infatti, non coinvolge solo i materiali organici: si estende a quei beni tecnologici e industriali che, se gestiti correttamente, possono tornare a essere elementi preziosi. Tra questi, rientrano dispositivi di uso quotidiano come frigoriferi, computer, smartphone, stampanti e fotocopiatrici, ma anche condizionatori e pannelli fotovoltaici, distributori automatici, schede elettroniche aziendali e impianti industriali dismessi. Tutti materiali che, se recuperati adeguatamente, rappresentano risorse strategiche per l’industria e per tutelare gli ecosistemi, diminuendo la pressione sulle risorse naturali.
L’esperienza di Dismeco
L’esperienza di Dismeco – iscritta all’Albo dei Gestori Ambientali – rappresenta una delle applicazioni più avanzate dei principi della bioeconomia circolare nel settore dei RAEE. L’azienda, fondata a Marzabotto (Bologna) nel 1977 e oggi operativa in tutta Emilia Romagna, integra tecnologia e responsabilità sociale, trasformando i rifiuti elettronici in nuove materie prime attraverso processi efficienti e sicuri.
La raccolta e il trasporto dei materiali, la gestione dei componenti pericolosi secondo gli standard più elevati, il recupero di metalli, plastiche, vetro e la reintroduzione delle risorse nei cicli produttivi sono elementi centrali della sua attività di smaltimento dei RAEE aziendali.
La bioeconomia circolare, infine, non si limita alla dimensione materiale: è anche rigenerazione di valore. In questa direzione, Dismeco attua progetti di rigenerazione industriale, sociale e territoriale. Attraverso iniziative come il Progetto Utile, vengono rigenerate e restituite alla comunità lavatrici funzionanti; il Borgo Ecologico® riqualifica un’area industriale dismessa trasformandola in un centro produttivo, educativo ed energeticamente sostenibile; programmi come RAEE in Carcere promuovono inclusione sociale e inserimento lavorativo: un modo tangibile per dimostrare che la circolarità riguarda i materiali ma si riflette sulla comunità.
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